La depressione: il male oscuro

La depressione è in aumento quasi in tutto il mondo. Esistono molte spiegazioni possibili, fra cui cambiamenti nelle tossine ambientali, maggiore abuso di droghe, maggiore incidenza di divorzi, cambiamenti nelle prassi genitoriali e cambiamenti nei metodi comunicativi, ma nessuna per ora ha sufficiente supporto scientifico.

Il DSM (Manuale Diagnostico per i disturbi Mentali)  definisce due principali tipi di disturbo depressivo:

La Depressione Maggiore che è….

… relativamente persistente (sintomi presenti per periodi di almeno due settimane)

… associata a un grado elevato di stress e di compromissione del funzionamento

… inclusiva di molti sintomi fra i quali

  • perdita della capacità di provare piacere (anedonia),
  • tristezza,
  • poca energia,
  • pensieri o comportamenti suicidari,
  • disturbi del sonno,
  • alterazioni dell’appetito,
  • disturbi psicomotori (rallentamento o agitazione),
  • difficoltà di concentrazione e senso di colpa o di inutilità.

La Distimia che si manifesta con umore depresso, per gran parte della giornata e per la maggior parte dei giorni, per almeno due anni, accompagnato da alcuni sintomi:

  • scarsa energia,
  • disturbi del sonno,
  • alterazioni dell’appetito,
  • difficoltà di concentrazione,
  • bassa autostima e senso di disperazione.

La depressione è una forma di psicopatologia che colpisce maggiormente le donne rispetto104715_4147 agli uomini e può accadere che l’evento si ripeta nella vita di una persona. Un’ipotesi è rappresentata dal fatto che le donne sono maggiormente inclini a riferire il proprio stress e i sintomi, mentre negli uomini non viene individuata o viene nascosta dalla maggiore prevalenza di alcol e uso di sostanze. Altre ipotesi biologiche sostengono che le donne abbiano una maggiore vulnerabilità dovuta a fattori trasmessi geneticamente. Altre ipotesi ancora riguardano il ruolo sociale che vede le donne focalizzate su aspetti come il coinvolgimento nelle relazioni e nella dipendenza.

Lo stress viene considerato un fattore fondamentale che colpisce le persone in modo casuale, proprio come gli incidenti.

Ma alcune persone sembrano essere maggiormente inclini rispetto alle altre. Hannamen (1991) ha teorizzato che le persone depresse generano attivamente eventi di vita negativi. Questo spiegherebbe perché la depressione è persistente e ricorrente.

Quindi le persone inclini alla depressione producono stress e perpetuano la depressione dando inizio a conflitti e disaccordi interpersonali.

Ma perché determinate persone contribuiscono attivamente a generare difficoltà interpersonali?

Una spiegazione potrebbe essere che le persone vanno alla ricerca, oppure evitano, determinate tipologie di partner. Ad esempio si scelgono partner non supportativi e concentrati su se stessi.

Alcune prove dimostrano che le persone inclini alla depressione fanno scelte sbagliate.

Una persona depressa potrebbe percepire e riferire lo stress anche quando questo non è realmente presente. Inoltre, la disperazione, a causa dei suoi effetti deprimenti e invalidanti sugli altri, potrebbe portare gli altri ad allontanarsi, generando così lo stress del rifiuto interpersonale.

E’ fondamentale riuscire a diagnosticare ed accogliere la persona che soffre di questo disturbo in tempi precoci, prima che questo assuma caratteristiche croniche.

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La comunicazione aggressiva tra le persone ed i gruppi

La comunicazione aggressiva tra le persone ed i gruppi

Il mondo in cui viviamo muta velocemente e spesso in modo violento. Persone,  gruppi e comunità profondamente differenti devono ogni giorno imparare ad esprimere le proprie opinioni e a comprendere quelle degli altri. Per fare tutto ciò gli individui interagiscono tra loro attraverso scambi comunicativi. La comunicazione assume quindi un’importanza fondamentale, essendo essa stessa un processo dinamico, che avviene utilizzando codici astratti del linguaggio sia verbale che non verbale.

Riprendendo il primo assioma della comunicazione “è impossibile non comunicare”, aggressivitàdal modello pragmatico della comunicazione umana di Watzlavick e colleghi (1967), possiamo concludere che durante le relazioni individuali e sociali non è possibile esimersi dal creare contatti umani. Non solo il linguaggio ma anche i segnali para linguistici, le espressioni del volto, la prossemica, l’uso di gesti, il contatto visivo e fisico costituiscono uno stile personale di comunicazione che varia in relazione a fattori culturali diversi. Ogni individuo acquista peculiari capacità che gli permettono di partecipare all’interazione comunicativa appropriata al contesto in cui avviene. Sempre più spesso i giornali e i media ci riportano notizie tragiche dovute alle interazioni aggressive che avvengono tra persone e tra gruppi culturali diversi. In questi casi i contatti umani e la comunicazione tra gli individui si manifesta in modo conflittuale e con atteggiamenti caratterizzati da profonda ostilità.

I fenomeni di aggressività sono stati studiati secondo diversi approcci:

  • Le teorie biologiche sostengono che vi sia un carattere innato che mobiliti i soggetti verso comportamenti aggressivi.
  • Freud affermava che l’aggressività umana fosse frutto della tensione fra l’istinto di autoconservazione (Eros) e quello di autodistruzione (Thanatos).
  • L’etologo Lorenz sosteneva che i comportamenti aggressivi sono funzionali per l’individuo e per la conservazione della specie.

Diversi studi sono stati condotti per spiegare che cosa portasse una persona ad agire in modo aggressivo. Nel 1939 Dollard, Miller ed alcuni colleghi pubblicano un libro intitolato “Frustrazione e aggressività“, nel quale evidenziarono la loro convinzione che la frustrazione sia determinante nel creare comportamenti antisociali. Quando l’individuo si trova nella condizione di avere degli ostacoli fra lui e il raggiungimento dei propri fini, si crea una condizione tale che porta ad una risposta aggressiva.

Anche l’imitazione può essere un’incentivante dei comportamenti aggressivi. Questa è tra i primi metodi con i quali il bambino apprende le relazioni sociali e la sua posizione nel mondo. Osservare qualcuno in una data situazione porta il bambino o l’adulto a raggiungere determinati risultati e, sulla base del fatto che questi siano più o meno desiderati, conduce a rinforzi positivi su quel tipo di risposta. Pensiamo ad esempio ai bambini che in alcune culture vengono addestrati al combattimento e alla violenza. Questi infatti hanno maggiori probabilità di esprimere risposte aggressive se sono rinforzati per tali azioni.

Gli stessi effetti possono essere raggiunti attraverso la visione di programmi a contenuto aggressivo che provocano un’attivazione emozionale e una conseguente risposta prepotente. L’osservazione della violenza aumenta effettivamente l’aggressività interpersonale, specialmente nei bambini più piccoli. Numerose prove sperimentali indicano che, in conseguenza di un comportamento aggressivo, l’aggressività aumenta o si mantiene allo stesso livello. Un esempio di queste riporta un gruppo di studenti universitari ai quali è stata data la possibilità di colpire ripetutamente un’altra persona, impossibilitata a reagire. Si è notato che questi diventavano sempre più punitivi aumentando così la loro aggressività.

La manifestazione di sentimenti ostili nelle azioni non solo non riduce l’aggressività, ma può farci sentire meglio. Questo può essere dovuto al fatto di sentirsi più potenti e con un maggior controllo della situazione. I fenomeni sociali legati alla violenza necessitano di studi particolari che possano non solo approfondire le dinamiche che intervengono tra i gruppi, ma anche le emozioni che i soggetti vivono nel momento in cui questi fenomeni si esprimono. Soprattutto negli ultimi anni appare evidente un crescente interesse per il versante sociale della psicologia da parte di tutti coloro che si impegnano ad affrontare tematiche relative alla promozione di un benessere sociale e di comunità. Una branchia della psicologia che si rivolge ai problemi concreti del nostro tempo, legati agli scambi tra gli individui, è la psicologia sociale. Questa disciplina ha l’obiettivo di porsi come uno degli strumenti di rilevazione della realtà in cui viviamo.

Benessere psicologico

Realizzare il proprio benessere psicologico

Ognuno di noi può influenzare positivamente il proprio benessere psicologico in molti modi. Se prestiamo attenzione ai nostri sentimenti e al nostro comportamento possiamo individuare quali azioni e situazioni ci provocano sofferenza e ci mettono in difficoltà.

Analizzando le nostre motivazioni ed abilità possiamo accrescere la capacità di fare scelte attive nella vita, invece che accettare passivamente quello che avviene.

Non esistono linee guida universali per mantenersi mentalmente sani, tuttavia dalle esperienze di molti terapeuti emergono alcuni suggerimenti generali.

  1. Un primo consiglio è quello di accettare i propri sentimenti e quindi anche la rabbia, il dolore, la paura e l’ansia che possono derivare da situazioni spiacevoli. Provare emozioni è una naturale reazione dell’organismo a degli stimoli esterni altamente sollecitanti ed è utile riconoscerle ed esprimerle, in modo diretto o indiretto (ad esempio se può essere poco saggio insultare il proprio superiore, si possono trovare altre vie di sfogo, come fare una lunga passeggiata o discuterne con un amico).
  2. Il secondo consiglio è di saper riconoscere i propri limiti per evitare contesti che innescano disagio e cercare aiuto per superare certe vulnerabilità.
  3. Come terzo consiglio per stare meglio con se stessi è importante sviluppare i propri talenti e interessi permettendo così di accrescere il proprio senso di competenza e autostima. Questo ci aiuta ad ottenere un maggior coinvolgimento con gli altri, limitando sentimenti di isolamento e solitudine che sono il nucleo della maggior parte dei disturbi emozionali.

Anche se questi suggerimenti possono aiutare a promuovere il benessere psicologico, ci sono dei limiti all’auto-comprensione. La nostra tendenza all’auto-inganno ci rende difficile vedere i problemi in modo oggettivo e trovare tutte le possibili soluzioni.

A volte può essere necessario ricorrere all’aiuto di un professionista psicologo. Il desiderio di cercare aiuto psicologico è segno di maturità emotiva e non di debolezza; non aspettiamo di sentirci sopraffatti.